-Buona quantità ma poca qualità: spiegato il mistero delle classifiche della ricerca italiana
28 Novembre 2008
Innovazione e qualità scientifica
L’Italia è piena di soloni che ci ammoniscono spesso con un noioso refrain: “L’Italia è molto avanti nella graduatorie delle pubblicazioni scientifiche ma molto indietro nella classifica dell’innovazione industriale”. Ritornello a cui segue la inevitabile e strumentale deduzione che “…bisogna quindi diminuire i finanziamenti che servono solo a fare delle belle pubblicazioni ed aumentare quelli che generano l’innovazione e la competitività del sistema produttivo”.
Il sito web di SJR (www.scimagojr.com), che organizza e rende disponibili i dati del database bibliografico di Scopus, rivela che considerando tutte le possibili discipline, l’Italia figura al settimo posto nella graduatoria delle pubblicazioni (1996-2007). Solo qualche click più lontano, il sito web di Pro_Inno_Europe, fonte ufficiale dell’Unione Europea in materia di innovazione, rivela che considerando le stesse nazioni censite da SJR, nel 2007 l’Italia è al ventesimo posto per quanto riguarda l’innovazione. La Svezia, prima nell’innovazione, è solo decima nelle pubblicazioni; la Svizzera che è seconda nell’innovazione è dodicesima nelle pubblicazioni.
Se ne potrebbe dedurre, ad una prima superficiale analisi, che la capacità di innovare non dipende affatto dalla capacità di fare buona ricerca. Ma guardate il grafico che mostra invece una bella e significativa correlazione fra la “qualità delle pubblicazioni” delle varie nazioni [espressa come numero medio di citazioni ricevute da ogni articolo scientifico pubblicato] ed il corrispondente “indice di innovazione”.
Viene fuori che i paesi dove si pubblicano più articoli scientifici di qualità sono anche quelli dove è maggiore il grado di innovazione industriale.
Qualcuno potrebbe obiettare che la correlazione si può anche spiegare ammettendo che i paesi più “innovativi” hanno maggiori risorse da investire nella ricerca. Ma non è vero: il modello che qualcuno in Italia vorrebbe (meno pubblicazioni = più innovazione) non è verificabile con dei dati. Non esiste paese al mondo dove coesistano “elevata innovazione” e “bassa qualità scientifica della ricerca”. Non resta quindi che ammettere che la ricerca di qualità, per quanto auto-referenziale, correla fortemente con la capacità di fare innovazione: sic et simpliciter.
Franco Miglietta, IBIMET-CNR, Firenze
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NOTA: Ugo Amaldi ha scritto recentemente una nota sulla ricerca italiana in cui sostiene una tesi che apparentemente va nella direzione contraria a quanto sostenuto da Miglietta, e cioè che se si prende l’1% degli articoli piu’ citati al mondo, l’ Italia, tenuto conto del numero di ricercatori attivi, è tra i primi paesi al mondo nel pubblicare articoli che sono molto citati. Credo personalmente che l’osservazione di Amaldi sia vera, nel senso che abbiamo in Italia delle scuole eccellenti. Ma Miglietta dice una cosa altrettanto vera: la qualità media degli articoli prodotti dai ricercatori italiani ci ricaccia molto piu’ in basso nella classifica, cosi’ come la nostra capacità di innovazione.E’ con questo numero la qualità media e non le punte di eccellenza, che il nostro sistema deve fare i conti, economici e non. E quindi è fuoriviante concentrarsi solo sulle nostre migliori scuole: la parte migliore del nostro sistema sta andando a fondo a causa della parte mediocre. Il fatto che stiano andando a fondo assieme non puo’ essere di conforto per nessuno.
Riporto nel seguito l’articolo di Amaldi.
RB
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LA RICERCA ITALIANA DI PUNTA PRODUCE RISULTATI PIÙ CITATI INTERNAZIONALMENTE DI QUELLE AMERICANA, FRANCESE, TEDESCA E GIAPPONESE
In questo periodo la ricerca italiana è denigrata da (quasi) tutti senza tener alcun conto del fatto che i finanziamenti annuali e il numero di ricercatori sono in Italia molto inferiori a quelli degli altri paesi sviluppati. Sir David King, consigliere scientifico del premier Blair, ha pubblicato su Nature nel 2004 (Vol. 430, 311-316) un articolo intitolato “The scientific impact of Nations” da cui si deduce - con semplici operazioni di divisione - che questi (pre)giudizi non hanno alcun fondamento.
La Tabella 3 di questo articolo mostra che l’Italia ha la metà dei ricercatori della Francia e del Regno Unito, nonostante le popolazioni siano uguali. Il numero di dottorati di ricerca è addirittura tre volte inferiore.
La novità dell’articolo sta nella Tabella 1, che contiene il numero degli articoli scientifici che sono stati più citati negli anni 1997-2001. Il criterio scelto per definire i lavori “più citati” è molto restrittivo: si tratta della fascia che contiene soltanto l’1% degli articoli che hanno ricevuto citazioni in ogni campo sia di scienza che di ingegneria considerato separatamente. Non si privilegia cosí alcun settore della ricerca. Questa valutazione è stata fatta dal Thomson Institue for Scientific Information analizzando 8000 riviste pubblicate in 36 lingue. I risultati,riportati nella Tabella 1, mostrano che, per numero di articoli scientifici molto citati, l’Italia sta al settimo posto dopo gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, il Giappone, la Francia e il Canada.
Ma il confronto non è corretto, perché non soltanto l’Italia ha molti meno ricercatori per milione di abitanti; anche l’investimento per ricerca e sviluppo, come tutti sanno, è l’1% del Prodotto Nazionale Lordo, mentre la Francia e la Germania investono quasi tre volte di più. Bisogna invece dividere i numeri della Tabella 1 per quelli della Tabella 3. Cosí si vede che l’Italia della scienza e dell’ingegneria di punta supera, nell’ordine, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania e il Giappone. In conclusione, i nostri pochi fondi sono bene investiti e i caposcuola esistono.
U.Amaldi Ginevra, 30 ottobre 2008









